La nostra storia

raccontata da Michele Novellino

Mi trovo a rispondere, con entusiasmo e commozione, all’ invito a fare da ‘memoria’ della nostra associazione.
Entusiasmo per il piacere che avverto nel trasferire la mia esperienza di ‘pioniere’ alle generazione successive; commozione per il dover attingere a ricordi di grande impatto emotivo, in quanto legati a una gioventù trascorsa e a rapporti che, per la gran parte, non ci sono più. Tra questi ultimi, emerge quello con il nostro rimpianto Carlo Moiso. Conviene senz’ altro iniziare da come sorse l’ alba dell’ analisi transazionale in Italia, e questo implica rievocare la mia conoscenza con Carlo. All’ epoca, nell’ anno ‘domini’ 1975, fresco di laurea in medicina, frequentavo in qualità di assistente la sede di Villa Massimo della Clinica Psichiatrica del Policlinico Umberto I della mia città. Desideravo intraprendere un percorso di formazione in psicoterapia, e mi stavo orientando verso una di quelle emergenti e che si collocassero fuori dal quadro delle psicoanalisi ‘ortodosse’ e del comportamentismo ‘behaviorista’. Seppi da Giovanni Liotti, che era stato mio ‘tutor’ a psichiatria durante il corso di laurea, che un collega avrebbe tenuto un corso conoscitivo sulla teoria dei gruppi di Eric Berne.
Nell’ autunno del 1975, allorché varcai prima il portone del palazzo e poi la porta d’ ingresso della casa-studio di Carlo, iniziò un’ avventura che dura tutt’ oggi, come testimoniano queste righe. Mi aprì un omone sorridente, coperto da capelloni e barba, camicia all’ americana, svelto a farmi sentire a mio agio e a presentarmi agli altri colleghi presenti, per quel che ricordo, quasi tutti provenienti dalla facoltà di psichiatria. Del resto, Carlo aveva a lungo frequentato quella facoltà, prima di andare per quattro anni in una clinica psichiatrica in Svizzera, dove peraltro aveva conosciuto a sua volta l’ analisi transazionale.
Carlo lavorò per organizzare al più presto i primi che aderirono alla sua formazione in una associazione; la memoria mi suggerisce che quando andai al ‘101’ egli aveva già depositato uno statuto dal notaio, ma volle rivederlo cambiando i soci fondatori: il motivo principale fu che si accorse presto che i colleghi psichiatri che avevano per inizialmente partecipato alle sue presentazioni si stavano orientando verso il filone cognitivista. Mi chiese di entrare come socio fondatore e ricordo benissimo l’ emozione quando mi propose subito al consiglio direttivo come vice-presidente. Di quel consiglio credo che siamo rimasti in pochi, alcune persone hanno terminato il loro viaggio su questa terra, altri hanno cambiato direzione e spero siano felici altrove; è stato più volte cambiato lo statuto, nessuno dei consiglieri attuali, tranne chi scrive appunto, era presente in quella fase pionieristica, tuttavia sono felice e commosso nel poter dire, dopo oltre quaranta anni, che la volontà che ho condiviso con Carlo sull’ identità da dare all’ AIAT si è saldamente realizzata: l’ intenzione di creare e far durare una realtà che fosse davvero ‘associativa’. Siamo ancora oggi una associazione di fatto e non solo di nome: un gruppo dinamico di individui, che esprime diverse realtà professionali e formative, non è quindi la mera espressione formale di un istituto formativo che si ‘veste’ di strumenti ‘democratici’ assolutamente limitati e condizionati dalle necessità professionali e interpersonali univoche che agiscono inevitabilmente a monte.
Ancora oggi, rimane lo spirito iniziale di riconoscersi nelle differenze, di gestire i conflitti rispettando regole comuni, di dare spazio alle nuove generazioni nell’ interesse di tutti, di proporsi alle altre, tante, realtà istituzionali italiane, come una ‘vera’ associazione ben distinta dagli istituti che accoglie al suo interno: un collettivo democratico che alimenta e coordina interessi particolari senza farsene dominare.
La stessa esistenza della nostra rivista Neopsiche testimonia la nostra tenacia, la volontà di mantenere uno spirito di apertura sul piano scientifico, e questo è merito dei vari direttori che si sono assunti l’ onere di farla vivere nei decenni.
Continuare a seguire insieme questa traccia nata in quell’ autunno del 1975 è stato impegnativo sempre, in alcune fasi anche faticoso, ma siamo qui, sono qui e finche ci sarò ne sarò orgoglioso.
Grazie Carlo: per avermi e averci fatto conoscere l’ analisi transazionale con l’ entusiasmo che ancora oggi questa nostra corrente merita, per avere tracciato con fermezza l’ identità di questa nostra associazione; grazie ai tanti colleghi che hanno lavorato e continuano a lavorare per questo. Coraggio ai giovani che vogliono ancora credere nella ‘giovinezza’ di un’ idea nata tanti anni fa nella casa-studio di Carlo: grazie a voi questa mia storia è anche speranza.

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